Written by

Sherlock: Recensione della quarta stagione

Articoli pubblicati, Everyeye| Views: 46

“Ti sono mancato?” aveva chiesto Moriarty a Sherlock nel finale della scorsa stagione. Ci era mancato eccome. È bastato un piccolo video per far tornare il dubbio allo spettatore e per far tornare Sherlock dal suo esilio forzato dopo la risoluzione del suo ultimo caso.

Lì ci ritroviamo tutti, due anni dopo, pronti a tornare di nuovo nel palazzo mentale del detective più famoso del mondo. Il nome è Sherlock Holmes, l’indirizzo è 221b Baker Street e il volto è quello di Benedict Cumberbatch, che nonostante abbia passato gli ultimi due anni tra blockbuster e film da Oscar non sembra proprio riuscire a fare a meno del personaggio che forse più di tutti gli è stato cucito addosso. Il suo Sherlock è definitivamente tornato, per quanto riguarda Moriarty il dubbio rimane: eppure il gioco è iniziato, la ruota è partita e il mercante sta per incontrare la morte a Samarra, perché il destino non può essere illuso per molto tempo, prima o poi bisogna arrivare a farci i conti. Qualsiasi esso sia.

La recensione integrale del primo episodio è stata pubblicata su Everyeye.


Si ricomincia da lì, dove l’avevamo lasciato: focale stretta, una mano che trema appena, il calco di una pistola – e poi bam. Tutto finisce e tutto inizia con un colpo, che la scorsa settimana ha chiuso definitivamente una vita e ne ha aperta un’altra, per i protagonisti, che non è altro che un profondo buco nero pronto a risucchiare ogni felicità. Secondo gli esperti il lutto si elabora in cinque fasi, ma nel caso di Sherlock non si ha a che fare con persone normali, reazioni naturali: abbiamo castelli mentali, traumi stratificati, difficoltà emotive da affrontare che si chiudono in strazianti silenzi, il vero e proprio motore di questa straparlata puntata. Watson (Martin Freeman) si confessa costantemente con la sua analista, Sherlock (Benedict Cumberbatch) delira con se stesso in complete allucinazioni dovute alla droga, perfino l’antagonista della puntata trova nella confessione verbale il suo modo di esprimersi, e nella parola il senso di esistere. Tutti parlano, eppure stratificato sotto frasi, parole e discorsi c’è un assordante silenzio che fischia nelle orecchie di ognuno di loro, quello della perdita. Che, prima o poi, andrà affrontato e messo alle strette.

La recensione integrale del secondo episodio è stata pubblicata su Everyeye.


Abbiamo avuto molti momenti emotivi in Sherlock, ma ognuno di essi è distaccato, fuori dal contesto generale, quasi allontanato per stesso volere dei protagonisti. Ogni avvicinamento è messo a tacere, ogni pattern sentimentale viene distrutto, ogni rapporto deteriorato in un modo o in un altro. The Final Problem è esattamente questo: un ricongiungimento con la propria emotività castrata, dimenticata e infine perduta, lontana anni luce tanto da essere impossibile da immaginare perfino per lo spettatore. È la linearità analitica a tirarla fuori, una linearità che dal punto di vista formale non è mai stata propria di Sherlock: eppure anche questa volta il terzetto delle puntate di questa quarta stagione trova armonia, abbassando il tono di una folle seconda puntata che non era altro che un preludio al movimento finale, quell’ultima nota malinconica che chiude (forse definitivamente) un cerchio perfetto. Sherlock combatte così i demoni del suo passato e tra le loro macerie trova il futuro, regalandosi attraverso un percorso di profonda sofferenza l’unica cosa che mancava alla sua vita: l’emotività.

La recensione integrale del terzo episodio è stata pubblicata su Everyeye.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *